Una fettina di Salento si è trasferita all’Idropark di Segrate ieri sera per il concerto dei Sud Sound System. Don Rico, Terron Fabio, GGD, Papa Gianni, Nandu Popu, attualmente impegnati nel loro tour italiano, sono stati accompagnati sul palco dalla Bag a Riddim Band. Il grande carisma del gruppo, l’uso del dialetto salentino nel reggae, la freschezza delle loro trovate musicali e l’impegno senza retorica dei testi hanno in breve tempo conquistato la scena musicale attuale. I Sud Sound System hanno presentato il loro nuovo album «Dammene Ancora» da cui è estratto il nuovo singolo «Piano» che da qualche giorno è possibile ascoltare in radio. La band è sempre più parte della comunità internazionale del reggae, vive la propria musica con un respiro ampio, che va oltre le restrizioni e le chiusure di ogni tipo di barriera, geografica, linguistica o di genere che sia. Ne sono una riprova le numerose collaborazioni che scaldano che danno vita a una sound d’eccezione, con nomi come Jah Mason, Kiprich, Esco, Morgan Heritage, Neffa, Laza, Bling Dawg, Daddy Freddy.
mercoledì 23 luglio 2008
Sud Sound System, reggae salentino
Una fettina di Salento si è trasferita all’Idropark di Segrate ieri sera per il concerto dei Sud Sound System. Don Rico, Terron Fabio, GGD, Papa Gianni, Nandu Popu, attualmente impegnati nel loro tour italiano, sono stati accompagnati sul palco dalla Bag a Riddim Band. Il grande carisma del gruppo, l’uso del dialetto salentino nel reggae, la freschezza delle loro trovate musicali e l’impegno senza retorica dei testi hanno in breve tempo conquistato la scena musicale attuale. I Sud Sound System hanno presentato il loro nuovo album «Dammene Ancora» da cui è estratto il nuovo singolo «Piano» che da qualche giorno è possibile ascoltare in radio. La band è sempre più parte della comunità internazionale del reggae, vive la propria musica con un respiro ampio, che va oltre le restrizioni e le chiusure di ogni tipo di barriera, geografica, linguistica o di genere che sia. Ne sono una riprova le numerose collaborazioni che scaldano che danno vita a una sound d’eccezione, con nomi come Jah Mason, Kiprich, Esco, Morgan Heritage, Neffa, Laza, Bling Dawg, Daddy Freddy.
lunedì 21 luglio 2008
Iniezione di humor balcanico per prendere la vita col sorriso
Forse il suo nome non ci dice nulla o ci suona solo lontanamente familiare, ma le sue colonne sonore le conosciamo bene e la celebre «Kalashnikov» almeno una volta l’abbiamo sentita tutti. Goran Bregovic porta stasera la sua musica e l’atmosfera tipicamente zigana alla Villa Reale di Monza. Il musicista serbo, accompagnato dalla sua piccola Wedding & Funeral Band, presenterà oltre ai brani indimenticabili tratti dal suo repertorio di musiche per film, alcuni pezzi del suo ultimo album «Karmen». Dal 1977 Goran Bregovic compone alcune delle colonne sonore più famose dei nostri tempi tra cui «Arizona Dream» del 1993 e «Train de Vie» del 1998. Con la radici nei Balcani, di cui è originario, e la mente nel XXI secolo, le composizioni di Bregovic mescolano le sonorità di una fanfara zigana, le polifonie bulgare, una chitarra elettrica e percussioni tradizionali con delle accentuazioni rock, dando vita a una musica che ci sembra istintivamente di riconoscere e alla quale il nostro corpo difficilmente sa resistere. Una fusione tra la musica popolare balcanica, il tango e le bande di ottoni. Sonorità fragorose, selvagge, un po’ alticce, alternate ad altre solenni, toccanti, come il tema del «Tempo dei gitani», «Ederlezi», che da’ anche il titolo al cd-antologia delle colonne sonore di Bregovic. Una formula che fonde Bartok e il jazz, tanghi e ritmi folk, suggestioni turche e vocalita’ bulgara, polifonie sacre ortodosse e moderni battiti pop. «Tales And Songs From Weddings And Funerals» del 2002, il penultimo album, riporta Bregovic alle sue caratteristiche sonorità. Con questo album, come scrive il critico Riccardo Bertoncelli, «salta in alto nei cieli della fantasia e del gioco, ma sa sporcarsi anche le mani con le pene della vita; che diverte e commuove, che sogna e si strugge in un mutevole paesaggio sonoro di fanfare gitane e trattamenti elettronici, di fiati dolenti e bicchieri usati come percussioni, e una sveglia come metronomo». Canzoni e racconti strettamente legati tra humour e malinconia. A dare colore e anima ai concerti di Berogovic è sempre la straripante «orchestra dei matrimoni e dei funerali». Ma nonostante il successo legato alla sua timbro particolare, il cantante lascia spazio alla sperimentazione con l’ultima creazione «Karmen»: «Ora non mi interessa la carriera, ma solo la musica. Mi diverto a provare di tutto, dalle canzoni per bambini alle sinfonie più complesse». Un punto, per il musicista bosniaco, resta fermo: «È sempre meglio una banda gitana, magari stonata, di una “Madame Butterfly“ imbalsamata dalla routine». Non si stancherà mai di esplorare le frontiere della musica Goran Bregovic. Ma nel cuore gli resterà sempre lo spirito libero e selvaggio della frontiera balcanica.
giovedì 10 luglio 2008
I Buena Vista all'Idroscalo
Una volta il Buena Vista Social Club era solo un locale dell’Avana il cui ingresso era riservato unicamente ai neri. Concentrava i suoi sforzi nell’organizzazione di sale da ballo dove orchestre di varia estrazione accompagnavano le danze tipiche della tradizione cubana e la strada su cui affacciava il club si riempiva di appassionati, spesso bianchi. A più di settant’anni dalla chiusura, la sua memoria rivive nel nome del gruppo cubano, forse, più famoso al mondo: i Buena Vista Social Club che suoneranno stasera in un concerto gratuito all’Idropark di Segrate. Il gruppo si presenta con i suoi componenti storici (Cachaíto López, Manuel Galbán e Aguaje Ramos) e le canzoni più belle e caratteristiche che li ha resi famosi: da «Chan chan» a «Hasta siempre comandante» a «Dos gardenias para ti». Siamo negli anni settanta quando il percussionista Juan de Marcos Gonzàlez ha la felice intuizione di mettere insieme un’orchestra capace di riscattare il genere delle big band di jazz afrolatine, riunendo le figure chiave del panorama cubano e della sua musica tradizionale. Alla formazione originale del gruppo, che si chiamava «Afro Cuban All Stars», si affiancano musicisti celebri del calibro di Compay Segundo, Ibrahìm Ferrer, Guajiro Mirabal e Manuel Licea. Ma è solo nel 1996 che comincia la produzione di dischi, tra cui il grande «Buena Vista Social Club» che vince il Grammy nel 1998 e riscuote un incredibile successo in tutto il mondo. Dopo la vittoria dell’award, il regista Wim Wenders scopre i Buena Vista Social Club e realizza un famosissimo documentario dall’omonimo titolo che racconta Cuba, la band e la sua musica che la rende definitavamente il riferimento delle sonorità cubane. Le canzoni dei Buena Vista sono ballate tradizionali che sono una scusa per raccontare la realtà di Cuba, le storie intestine all’isola, i suoi problemi e i suoi protagonisti. I ritmi sono lenti e rilassati, più vicini al jazz che ai tipici balli latini con cori, controcanti e chitarre sempre in prima linea. Le voci sono calde e profonde, provengono dal cuore per raccontare esperienze e vite sperdute. Il concerto di stasera sarà un’occasione da non perdere, quindi, per chi ha voglia di essere proiettato per una notte sull’isola dalla storia più affascinante e tormentata di tutto il latinoamenrica, in un’irresirtibile ondata di colori e sensazioni.
venerdì 27 giugno 2008
Festival jazz nelle periferie di Milano
Dopo il grande successo riscosso nel 2005, torna a Milano la rassegna musicale «Il ritmo delle città». 24 concerti jazz tra il 23 giugno e il 29 luglio che si terranno nelle periferie di Milano con lo scopo di valorizzare le realtà locali e la musica suonata dai giovani. L’iniziativa è promossa e sostenuta dal Comune di Milano - Assessorati alla Cultura, Tempo libero, Aree cittadine e Consigli di Zona, in collaborazione con l’associazione delle Arti e delle Corti, l’associazione Musica Oggi e l’associazione Jazz Company e con il contributo della Fondazione Cariplo, del Politecnico di Milano e dei Consigli di Zona 3 e 8. «Il ritmo delle città» si configura come una sorta di visita guidata all’interno del mondo della musica jazz attraverso un percorso inconsueto in luoghi fuori mano, estemporanei, assolutamente non teatrali. Lo scopo è quello di offrire un programma musicale nelle periferie di Milano e, tramite questo, promuovere una nuova lettura di luoghi che possono arricchire il bagaglio culturale della nostra città. I concerti avranno luogo, ad esempio, presso l’Orto Botanico in via Valvassori Peroni, presso le sale del Politecnico-Bovisa, nel Parco di Villa Scheibler, nell’Area campo bocce di via Cancano al Parco delle Cave o al Padiglione Lambruschini del Parco Trotter. Sarà in queste location che la musica jazz verrà interpretata in tutte le sue forme e declinazioni e intrecciata con altre e diverse forme d’arte. Jazzisti italiani e star internazionali si alterneranno a gruppi di giovani appartenenti ai Civici Corsi di Jazz, unica scuola italiana ad affrontare in profondità l’intero corpus degli stili jazzistici, comprese le linee contemporanee ed europee. Gli studenti ed ex-studenti della scuola di musica, all’interno della rassegna, avranno uno spazio tutto loro chiamato «Tales in jazz» in cui faranno conoscere la propria idea di jazz al loro primo vero pubblico. La Jazz Company Orchestra, Enzo Jannacci con Enrico Intra, Rossana Casale, il Kenny Byron Trio, Lucilla Giagnoni, invece, sono solo alcuni dei grandi nomi che si esibiranno nell’ambito del festival. Ad aprire la rassegna, però, sarà un ospite d’eccezione, il batterista jazz per definizione Tullio De Piscopo, che si presenterà all’Orto Botanico con un omaggio a una figura storica della batteria: Max Roach. Il batterista afroamericano scomparso lo scorso anno ha sempre rappresentato per De Piscopo un riferimento stilistico e tecnico-strumentale. La figura di Roach verrà ricordata attraverso i brani più famosi e significativi del suo repertorio, interpretando sia i pezzi di gruppo che gli assoli. Il batterista napoletano rielaborerà i pezzi di Roach con la precisione e passionalità che da sempre hanno contraddistinto il suo stile.
Alexia è cresciuta: "Alé"
Sembra ancora una ragazzina Alexia con quel capello corto platinato e il mini-top di paillettes che le lascia scoperta la pancia. Ma già dalle prime note del suo ultimo album «Alé» si capisce che qualcosa è cambiato. Le nuove canzoni, presentate all’Armani Privé di Milano, non hanno più nulla della dance spensierata di «Ti amo ti amo» né della pacatezza rythm&blues degli ultimi anni. A rappresentare la nuova Alexia, neomamma poco più che 40enne, è il sound ruvido del pop-rock che concilia aggressività e riflessione. «Non rinnego nulla del mio passato - spiega Alexia -, ma i generi con cui mi sono confrontata non erano sufficientemente flessibili per descrivere quella che sono oggi». C’è spazio per lunghi assoli di chitarra, per gli effetti delle tastiere e per confrontarsi con acuti e modulazioni di voce. Il titolo dell’album, «Alé», vuole essere un incitamento per tutti a vivere con grinta e con coraggio. «Conduco una vita normale - spiega Alexia -, vado a fare la spesa e prendo i mezzi pubblici come una milanese qualsiasi, per questo mi identifico con la società che mi circonda e con il mio nuovo lavoro voglio dare un messaggio forte che raggiunga tutti». Dopo il successo ottenuto grazie anche alla collaborazione di una grande casa discografica come la Sony-Bmg, Alexia prova a camminare con le proprie gambe: il nuovo album, infatti, è il primo lavoro totalmente autoprodotto e distribuito dall’etichetta indipendente Edel. Anche i testi delle canzoni mostrano un nuovo carattere e una certa maturità. All’interno di essi Alexia riversa tutta sé stessa, le sue emozioni di mamma e donna, le sue paure, i suoi sogni. Tocca tematiche intimiste e private come nel brano «Mio padre», racconta la società contemporanea col primo singolo «Grande coraggio», mentre in «L’immenso» esprime una personale filosofia di vita. «Occhi negli occhi», invece, è una tenera dedica alla figlia, Maria Vittoria, di 16 mesi, nata dall’amore tra la cantante e Andrea Camerana, nipote di Giorgio Armani. Dopo la registrazione del nuovo album in versione inglese, Alexia si dedicherà all’allestimento del tour che dovrebbe partire a fine luglio. Di sicuro il 18 luglio parteciperà a una trasmissione di Rai Uno dedicata a Padre Pio e il 25 luglio sarà a Pompei per «La notte degli angeli», in onda su Rai Due il prossimo agosto, mentre il 16 agosto si esibirà addirittura a Pechino, in casa Azzurri, in un concerto organizzato dal Coni.
sabato 17 maggio 2008
Le voci dell'editoria
Cinquanta interviste per raccontare il mondo dell’editoria. È l’idea di fondo del libro Voci dell´editoria. Interviste sui mestieri del libro interamente creato dai 50 studenti del terzo anno del Laboratorio di editoria dell´Università Cattolica e presentato lo scorso 14 marzo in aula Bontadini. Madrina della presentazione e protagonista di una delle interviste Laura Bosio, docente, scrittrice ed editor che è intervenuta alla manifestazione insieme all’editore Ulrico Carlo Hoepli. Dopo i ringraziamenti di rito, Roberto Cicala, direttore del Laboratorio di editoria, ha lasciato la parola alla scrittrice che ha tenuto una lezione aperta sul tema Dall´autore al lettore raccontando il mestiere del lettore editoriale e il suo personale percorso professionale. «Spesso – ha esordito la Bosio - la gente mi chiede: “come posso fare a invogliare mio figlio a leggere?” L’unico consiglio che mi sento di dare in questi casi è di far leggere un libro al bambino e stare a vedere se capita qualcosa nella sua mente: un viaggio, una scoperta, un’avventura». Queste sono un po’ le stesse sensazioni di cui deve tener conto il lettore editoriale quando comincia a sfogliare un nuovo manoscritto che potrà ottenere una buona critica e, dunque, meritarsi la pubblicazione. Può capitare, però che un libro risulti insipido, non perfettamente riuscito o poco comunicativo. «Personalmente se una storia non mi prende, difficilmente riesco ad arrivare fino in fondo – ha spiegato la scrittrice -, ma non è detto che per questo non rappresenti un buon lavoro». In questo caso bisogna immedesimarsi nella pluralità di sensibilità presenti nel panorama dei lettori e cercare di capire se quel libro che non ci è piaciuto particolarmente può interessare qualcun altro. «Come diceva Giuseppe Pontiggia – ha raccontato Laura Bosio – bisogna esercitare una lettura “come se”, ovvero interpretando le caratteristiche del possibile acquirente». Dopo la prima lettura, l’editor compila una scheda sul manoscritto in cui viene inserita la trama e un breve giudizio: se questo è positivo, prima di andare in stampa, avviene sempre un lavoro di “aggiustamento” del testo in collaborazione con l’autore. È importante che ogni parte del libro venga portata allo stesso livello di precisione e funzionalità. Ma per essere dei buoni lettori editoriali bisogna essere distaccati dal testo che solo in questo modo può ricevere una critica oggettiva. «Io sono anche scrittrice – ha concluso la Bosio – e spesso mi illudo di essere la prima lettrice di me stessa, ma questo non è possibile, si è sempre condizionati sui propri testi».
A nome dell’intero Laboratorio di editoria, poi, Camilla Cerioli ha spiegato come è stato condotto il lavoro di produzione del libro Voci dell´editoria. Interviste sui mestieri del libro. «Abbiamo cominciato a lavorarci a marzo – ha spiegato la studentessa – quando abbiamo deciso e ci siamo suddivisi le persone da intervistare. Abbiamo scelto un rappresentante per ogni categoria professionale che contribuisce alla creazione di un libro, dall’editore, al correttore di bozze, al traduttore, al lettore». Il Laboratorio ha voluto creare un prodotto di alto livello contattando voci illustri, non sempre semplici da reperire. Tra i protagonisti delle interviste ci sono la traduttrice di Harry Potter Beatrice Masini, l’editore Matteo Hoepli o Beppe Severgnini, sentito in qualità di lettore.
giovedì 15 maggio 2008
Tv e democrazia, il sogno di Al Gore
«In alcuni Paesi i mezzi di comunicazione di massa sono controllati da un élite, per questo penso che la libertà sia a rischio. Non posso parlare della situazione italiana, ma molto spesso la concentrazione dei media ha portato a escludere diverse voci». Parola di Al Gore che con un completo antracite abbinato a stivali in pelle nera in perfetto stile texano ha espresso il concetto all’Università Cattolica a Milano. L’ex vicepresidente degli Stati Uniti, premio Oscar con il suo documentario ambientalista Una scomoda verità e premio Nobel per la Pace è intervenuto all’incontro promosso dalla facoltà di Scienze linguistiche e letterature straniere e da Sky La Tv capovolta. Current: il nuovo corso dell'informazione per la presentazione di Current Tv, un network innovativo che farà dialogare televisione e internet nel nome dei giovani, protagonisti attivi della programmazione. Sul palco dell’aula magna insieme a Gore, dopo il saluto del rettore Lorenzo Ornaghi, Aldo Grasso, giornalista e docente di Storia della radio e della televisione, e Vittorio Emanuele Parsi, professore di Relazioni internazionali. Grasso ha introdotto l’incontro sottolineando l’importanza di sviluppare un nuovo tipo di televisione in seguito alla rivoluzione digitale: «Se non vorrà essere soppiantata dal fenomeno blog e internet – ha spiegato – la televisione deve trovare modalità di integrazione con questo media».Ha uno spazio importante la tematica ambientale nella nuova avventura nel mondo dei media, Current Tv, visibile sul canale 130 di Sky, una televisione «che dà spazio alla voce dei cittadini», come Gore ha voluto più volte sottolineare. La nuova tv avrà una programmazione fatta di servizi brevi, i "pod", sette-otto minuti l'uno, centrati su argomenti di attualità, musica, arte, cultura, politica, sport e tutto quello che i 30 vanguard journalists che compongono la redazione riterranno interessante.
Un 30% della programmazione sarà costruito con i contributi degli spettatori, che manderanno i loro servizi al sito web, verranno votati dagli altri frequentatori del sito, filtrati dalla redazione e andranno, infine, in onda sulla tv. Il progetto di Current Tv, nata nel 2005 negli Usa e oggi in onda anche in Inghilterra e Irlanda, oltre che in Italia, ruota attorno ai concetti di libertà, indipendenza e democrazia, tre parole che Gore ripete continuamente per spiegare il progetto della sua tv partecipativa: «Internet ha introdotto nuove opportunità di libertà, consentendo alla gente di esprimere le proprie opinioni, di offrire la propria visione, di dare notizie e informazioni. Current vuole collegare Internet e la tv, in modo semplice e accessibile, creando un accesso ai media per gli individui di tutto il mondo. Current tv è l'unica rete televisiva di informazione totalmente indipendente».
Ma come nasce l’esigenza di creare una tv “dal basso”, in cui gli utenti non siano semplicemente chiamati a esprimere un giudizio su una trasmissione, ma a creare concretamente i contenuti di un canale televisivo? «Molte tv in Usa poco prima dell'invasione in Iraq hanno dovuto alzare la bandiera sostenendo la guerra, per paura di perdere investimenti pubblicitari o ascolti, inducendo così il paese a fare un errore storico. Il 77 per cento degli americani era convinto che fosse Saddam il mandante dell'11 settembre. C'è una forte necessità di combattere per la libertà di accesso ai media, che dovrebbe essere uno dei punti fondamentali della carta dei diritti dei cittadini».
L'Italia è il primo paese di lingua non inglese ad avere una sua Current tv: sito web e tv satellitare per dare a tutti, principalmente i giovani adulti (18-34 anni) il modo di produrre contenuti video che raccontino la realtà dall'arte alla politica. Le trasmissioni andranno avanti 24 ore su 24, alcune delle quali, dalle 18 in poi, saranno realizzate dal vivo in uno studio di Milano.
La scelta dell'Italia per Current è stata dettata, ha detto Gore, «dal grande dinamismo degli italiani, dalla loro creatività, dal loro ingegno, dal recente risveglio delle coscienze dall’intorpidimento a cui la tv generalista ha abituato. Ci aspettiamo che arrivi molto materiale dall'Italia».
venerdì 9 maggio 2008
Al Día Negro va in scena il poliziesco
Sesta edizione per El Día Negro, la giornata dedicata al giallo spagnolo che ogni anno alimenta nuovi spunti di meditazione e di indagine. Ospiti di pregio, nazionali e internazionali, studiosi, giornalisti e scrittori si sono dati appuntamento alla manifestazione organizzata dal professore Dante Liano (nella foto) del Dipartimento di Scienze Linguistiche e Letterature Straniere dell’università Cattolica in collaborazione con l’Instituto Cervantes e si sono confrontati su diversi aspetti e declinazioni del genere poliziesco. Con un grande successo di pubblico, è stato assolto ancora una volta l’onere di un nome impegnativo. El Día Negro riecheggia infatti la Semana Negra, la superfiera letteraria che ha luogo ogni anno a Gijòn nelle Asturie. «Gli studenti partecipano sempre volentieri e si divertono molto – ha spiegato il professor Liano - perché un conto è sentire parlare i docenti che usano un linguaggio accademico e sistemi convenzionali, un altro è ascoltare gli scrittori che per mestiere raccontano storie brillanti».La giornata si è articolata in due momenti distinti. Nel rispetto della tradizione la valorizzazione dello spagnolo ha avuto il suo momento privilegiato con una mattinata interamente in lingua. Nella conferenza intitolata La pista spagnola, sono intervenuti Juan Aparicio-Belmonte e Carles Quilez due giovani scrittori spagnoli. Aparicio tende all’invenzione letteraria, mentre Quilez è un giornalista della catena Ser, uno dei più importanti gruppi radiofonici, per cui si occupa di seguire gli avvenimenti di cronaca. Per questo motivo è riuscito a conoscere alcuni dei maggiori delinquenti della Catalogna e ha scritto libri sulla storia di alcuni di questi. Durante la tavola rotonda, lo scrittore, ha descritto alcune delle vicende che hanno coinvolto i suoi protagonisti. Dante Barrientos Tecùn, scrittore e professore dell’università di Aix-en-Provence ha spiegato la situazione del giallo in America Latina. Raul Argemì, ha raccontato la sua esperienza di scrittore argentino che ha sofferto la persecuzione durante la dittatura, incarcerato dal 1976 al 1986. Dopo diverse esperienze e viaggi ha riparato a Barcellona dove ha cominciato a scrivere gialli con successo, vincendo molti premi.
Dal dibattito è emerso che la letteratura noir spagnola e ispanoamericana è diventata la narrativa sociale del ventunesimo secolo. A differenza dei romanzi di genere dell’Ottocento questo tipo di letteratura è in grado di raccontare la società, non solo in modo preciso e convincente, ma anche in modo attraente e interessante. Il giallo in lingua spagnola si distingue inoltre per l’importanza della verosimiglianza. Non è fondamentale, infatti, che gli avvenimenti raccontati siano realmente accaduti, ma che sembrino veri. Per converso capita invece che alcuni fatti reali superino l’immaginazione. «In Argentina – ha raccontato Raul Argemì – esisteva, per esempio, una fabbrica di alibi. Si trattava di un’agenzia perfettamente costruita che procurava documenti, biglietti aerei falsi e tutto il necessario per avere scuse indiscutibili nei confronti della moglie o del datore di lavoro di turno».
Durante il pomeriggio l’incontro dal titolo Fantasia, storia, noir si è aperto alla letteratura in generale e al rapporto degli scrittori con i romanzi. Sono intervenuti Marcello Fois, apprezzato scrittore e sceneggiatore, Margherita Oggero, autrice di gialli che hanno per protagonista un’insegnante e che sono diventati una serie televisiva, Nicoletta Vallorani (nella foto a sinistra), insegnante di letteratura inglese e giallista. Hanno partecipato, infine, Ben Pastor (nella foto sopra) scrittrice di gialli storici ambientati nell’impero romano e Barbara Garlaschelli, scrittrice e sceneggiatrice. Si è parlato dell’importanza di essere dei lettori appassionati e onnivori per diventare dei buoni narratori e di quanto sia fondamentale la tecnica. «Una volta si pensava che per diventare scrittori si dovesse essere dei geni ai quali giungeva improvvisamente un’illuminazione – ha spiegato Nicoletta Vallorani –, invece è fondamentale conoscere le regole per poi, magari, infrangerle». Gli autori che hanno ispirato gli ospiti sono molteplici e spesso non giallisti. Per Fois sono stati basilari i romanzi d’avventura di Stevenson, Jack London e Jules Verne, Ben Pastor è rimasta affascinata da Moby Dick di Melville, mentre Margherita Oggero ha amato Alice nel paese delle meraviglie. Barbara Garlaschelli e Marcello Fois hanno spiegato quanto sia affascinante e al tempo stesso complesso scrivere un racconto: «La brevità del racconto – ha detto la Garlaschelli – può risultare spiazzante e poco rassicurante. È necessaria, inoltre, un’ottima capacità di sintesi che non tutti hanno». Per concludere, si è parlato di quanto sia soggettiva la passione per la lettura e difficile consigliare un libro soprattutto ai giovani, disabituati a questo tipo di passatempo che rimane, spesso, solo un pesante obbligo.
lunedì 5 maggio 2008
Si può dare di più
“Voglia di Cambiare - Seguiamo l'esempio degli altri paesi europei”di Salvatore Giannella
Editore: Chiarelettere
Prezzo: Euro 13,60
Tutto comincia con una statistica dell’Università di Cambridge: l’Italia è il paese meno felice d’Europa. Dove le morti sul lavoro, il precariato, le case sempre più costose, i trasporti, l'energia, la sicurezza stradale, lo smaltimento dei rifiuti, la parità tra i sessi sembrano problemi impossibili da risolvere. Salvatore Giannella con il libro “Voglia di cambiare” dimostra che i problemi, anche quelli grandi, si possono affrontare e superare, basta guardare ai modelli di eccellenza degli altri paesi europei. Un viaggio complesso all’interno della buona politica, quella vera, concreta, lontana dagli slogan cui siamo abituati. Strade, case per tutti, aria pulita e città vivibili non sono un’utopia, ma una realtà che i nostri vicini europei possono sbandierarci sotto il naso senza problemi. La Svezia ha quasi azzerato le morti bianche, conquistando il primato mondiale della sicurezza sul lavoro con l’introduzione di un delegato per la salute e la sicurezza. E guai a fare i furbi: due ministri, infatti, sono stati costretti alle dimissioni per aver retribuito in nero la babysitter e non aver pagato il canone tv. Con l'invenzione della corsia dinamica, in Spagna non si vedono più ingorghi in entrata e in uscita dall'autostrada, mentre i treni corrono superveloci. A Friburgo, in Germania, i cittadini hanno detto no al nucleare, ma contemporaneamente hanno detto sì alle energie pulite e trasformato l'energia solare in un formidabile business. L'Inghilterra ha scelto i migliori architetti per progettare case popolari di pregio e quartieri a misura d'uomo, e con controlli severi ha dimezzato le stragi sulle strade. I danesi non hanno più l'incubo della precarietà grazie alla "flessicurezza", mentre a Copenhagen i rifiuti vengono bruciati nel cuore della città, in regola con le leggi (e con tecnologia made in Italy). Una valanga di esempi concreti che inducono sensazioni contraddittorie: da un lato delusione per la triste situazione italiana, dall’altro fiducia nella possibilità di migliorare le cose. I problemi non sono né di destra né di sinistra. Non è importante se ad affrontare un problema sia un governo di un certo colore: quello che conta è distinguere tra i politici che fanno le conferenze stampa per annunziare l'inizio di un progetto e quelli che lo fanno dopo. Quelli che lavorano col pensiero della prossima campagna elettorale e quelli che lavorano pensando alle prossime generazioni, al futuro. Con la voglia e la risolutezza, con regole precise, condivise e rispettate da tutti risolvere i problemi si può e le soluzioni sono di una semplicità sconfortante. La buona politica è anche alla nostra portata.
giovedì 24 aprile 2008
«Vi presentiamo gli impresentabili»
Di Peter Gomez e Marco Travaglio
Chiarelettere editore
Principio Attivo, pp. 576, euro 14,60
Parte con una chiara divisione di buoni e cattivi il nuovo libro di Marco Travaglio e Peter Gomez. In “Se li conosci li eviti” i virtuosi, purtroppo, occupano solo poche pagine rispetto ai curricula dei malandrini che si trovano tra le liste dei partiti che hanno corso alle ultime elezioni. Un “manuale di pronto soccorso” per aiutare gli elettori a scegliere il meglio, o il meno peggio, tra i candidati, anzi tra i parlamentari nominati dai partiti grazie al Porcellum. Il sottotitolo parla da sé: “Raccomandati, riciclati, condannati, imputati, voltagabbana, fannulloni nel nuovo Parlamento”. Gli “impresentabili” sono di tutte le liste e colori. Oltre 150 biografie di politici, vecchi e nuovi, con tutte le loro malefatte. Il libro è concepito come una guida a sezioni per orientarsi nell’intricata rete della politica italiana. Per puntare il dito contro i furbetti che si comprano la casa a prezzi stracciati in pieno centro a Roma, contro e contro quelli che credono che l’attuale Papa si chiami Bonifacio o che l’America sia stata scoperta nel 1862. Ci sono anche quelli che dicono una cosa e poi fanno l’opposto come Walter Veltroni che nel 2006 dichiara di non aver alcuna intenzione di presentarsi come leader del centrosinistra o Berlusconi che dichiara di essersi battuto fino all’ultimo perchè Biagi restasse in Rai. Quelli che hanno votato l’indulto e quelli che hanno partecipato alla grande abbuffata della monnezza in Campania. E poi i voltagabbana, gli assenteisti cronici e quelli con la fedina penale sporca, o dubbia. A farla da padrone è il Popolo delle libertà, che ha rinnovato il repertorio con parecchie new entry per meriti penali. I condannati in primo o secondo o terzo del Pdl sono 25, più almeno altrettanti indagati o rinviati a giudizio, senza contare i miracolati dalla prescrizione. L’Udc vanta almeno 5 condannati, fra provvisori e definitivi. La Destra 2 rinviati a giudizio, tra cui il suo leader Storace. L’Arcobaleno ha due condannati, uno i Socialisti 1. Anche il Pd, nonostante la promessa di Veltroni di non candidare nemmeno i condannati in primo grado, schiera due condannati definitivi, un condannato in primo grado, uno in appello, cinque indagati, un rinviato a giudizio, tre salvati dalla prescrizione. Politici che uccidono la libertà di parola, l’etica, la moralità, la legalità. Politici che non hanno interesse a far “rialzare” la nostra povera Italia. Lo stile è quello a cui ci hanno abituato i due giornalisti che insieme hanno già scritto diversi libri come “Uliwood Party” (2006) o “Mani Sporche” (2007). Un calibrato mix di satira, cura per i dettagli e precisa documentazione è la ricetta che rende leggero e pratico il tomo di oltre 500 pagine. Travaglio e Gomez hanno mandato “Se li conosci li eviti” in libreria qualche settimana prima delle elezioni con lo scopo di orientare gli italiani a votare meglio: ma se non avete fatto in tempo a prenderlo prima di andare alle urne, potete comunque leggerlo adesso e farvi un’idea di chi ci ha governato e di chi ci governerà.
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